29 Maggio 2026

di Giuliano Foschini - la Repubblica Bari

Capitanata da bere le bollicine di mare ora fanno tendenza

Metodo classico. Lunghe soste sui lieviti. Bottiglie pensate non per riempire, ma per raccontare: l’esperimento diventa un marchio territoriale con otto cantine.

C‘è stato un momento, a San Severo, in cui il Tavoliere ha provato a fare il francese. Calici alzati, bollicine fini, sommelier che parlavano di perlage e di «bollicine di mare», chef che servivano pancotto accanto al metodo classico. E no, non era la Champagne. Era la Capitanata.

Dal 21 al 23 maggio, durante la seconda edizione del Festival degli spumanti di Capitanata. Che già detta cosi sembra quasi una provocazione. Perché per decenni questa terra è stata la pancia del vino italiano: ettolitri, vino da taglio, autocisterne che partivano verso il Nord. Quantità. Non racconto. Sudore. Non glamour. E invece oggi succede qualcosa di curioso: la Capitanata prova a costruirsi un’identità partendo proprio dalle bollicine. Metodo classico. Lunghe soste sui lieviti. Bottiglie pensate non per riempire, ma per raccontare.

Le otto cantine del progetto – Almagaia, Re Dauno, 7Campanili, Teanum, d’Araprì, Alberto Longo, Borgo Turrito e Saracino — hanno deciso di mettersi insieme per trasformare quello che sembrava un esperimento in un marchio territoriale.

L’idea e semplice e insieme ambiziosa: dimostrare che uno «champagne di Puglia» none una bestemmia. Purché sia chiaro che non si tratta di imitare lo Champagne o la Franciacorta. Qui le bollicine non sanno di montagna. Sanno di sole, vento e sale.

«Bollicine di mare», le ha chiamate qualcuno durante il festival. Definizione perfetta. Ed e forse questa la cosa più interessante: la Capitanata che prova a cambiare pelle senza rinnegarla. Perché il vino, in fondo, racconta sempre il territorio che ha sotto i piedi.

E allora queste bollicine sanno di Mediterraneo, di grano, di campagne immense. Di un Sud agricolo che vuole smettere di essere soltanto fornitore invisibile di materia prima.

La scena più bella durante il festival non e stata una degustazione tecnica. Ne un convegno. E’ stata probabilmente la serata intitolata “Miseria e nobiltà”. Nome perfetto. Perché dentro quella formula c’è tutta la contraddizione della Capitanata. Da una parte il lusso delle bollicine, i calici, il racconto dell’enoturismo, le masserie trasformate in luoghi esperienziali. Dall’altra la cucina povera: pancotto, favetta, orecchiette, focaccia di Senatore Cappelli.

Il territorio che resta popolare anche quando prova a diventare sofisticato. E però c’è un punto che non può essere dimenticato mentre si brinda.

Perché la Capitanata non è soltanto vigne, masserie e tramonti da Instagram. E’ anche la terra dei ghetti dei braccianti. Dello sfruttamento nelle campagne. Dei morti sotto il sole. Dei furgoni senza sicurezza. Delle baracche. Dei lavoratori invisibili che spesso raccolgono ciò che noi poi celebriamo nei festival gastronomici. Ed e qui che il vino smette di essere soltanto vino. Perché oggi non basta più che qualcosa sia buono. Deve essere anche giusto.